Giuseppe Ayala, pubblico ministero nel maxiprocesso di
Palermo, racconta che una volta un magistrato avvicinatosi all’indimenticabile
Falcone gli chiese testualmente: “Giovanni, ma tu sei proprio sicuro che la
mafia esiste?” Soffermiamoci su queste parole che evidenziano una drammatica
verità e riflettiamo insieme sul sistema mafioso, ripercorrendo le tappe della
sua evoluzione storico-sociale proprio nella città di Messina, la cosiddetta
“città-babba”, dove la pericolosità e l’implicazione dell’organizzazione
mafiosa nel racket delle estorsioni, nei traffici di droga, nella gestione
illecita dei lavori pubblici e degli appalti, può, ad un primo sguardo,
risultare invisibile e non riconoscibile, ma in realtà qui la mafia è diventata
grassa, ricca, si è immersa come un pesce sul fondo e dalla melma sabbiosa
governa. A Messina la mafia è silenziosa, spara poco, traffica tanto, è molto
meno riconoscibile ma altrettanto presente; essa rimane radicata nel territorio
con le sue strutture, le sue regole, le sue logiche. Le speculazioni e gli
abusi di stampo mafioso inquinano e avvelenano la vita della società messinese e
per testimoniare che la mafia a Messina ci controlla, vorremmo attraversare in
breve la vita degli uomini e delle donne vissute e morte all’ombra del sistema
mafioso e di chi lo ha combattuto in silenzio. Partiremo dalla storia di
Graziella Campagna e ci chiederemo cosa può mai accadere di strano in un
paesino della provincia di Messina, qui non esiste la mafia e nessuno può far
del male a una ragazzina: invece il 14 dicembre 1985 ci ricrediamo perché troviamo
il corpo di Graziella nello spiazzale di uno dei fortini che sovrastano la
città e sul quel corpo acerbo i chiari segni di una spietata esecuzione di
matrice mafiosa. Continuiamo a camminare nel sottobosco mafioso con il ricordo
di Nino D’Uva, cittadino e simbolo della lotta messinese alla criminalità
organizzata. D’Uva, apprezzato avvocato penalista, viene assassinato nel suo
studio legale di Via San Giacomo, sempre nella città babba, il 6 maggio 1986.
Il boss mafioso Gaetano Costa giudicava “troppo blanda” la linea difensiva di D’Uva durante il
maxiprocesso messinese, il messaggio intimidatorio della mafia era quello di un
maggiore impegno per tutti coloro che stavano partecipando al procedimento
penale. Arriviamo al 15 gennaio 1998, la sonnolenta Messina viene svegliata
ancora una volta, da un’eclatante esecuzione perché, a colpi di lupara, in
piena regola mafiosa, viene assassinato Matteo Bottari stimato gastroenterologo del policlinico universitario. “La città babba” è ora descritta come governata da un grumo di
interessi politico-affaristico mafiosi che avrebbe il suo fulcro all’Università che gestisce un budget di appalti di circa 250 miliardi lire. A Messina vengono
coinvolte e travolte carriere e dinastie di potere consolidate. La mafia continua a controllare, cercando di garantirsi la continuità dei propri interessi e delle proprie attività illecite, i quartieri periferici. Prenderemo in esame i luoghi di confine di Bordonaro, Villaggio Aldisio, Fondo Fucile e Mangialupi. Qui si arruola la manovalanza tra le vittime del disagio sociale e ed economico, ma accanto a chi preferisce percorrere le scorciatoie dell'illegalità c'è chi stringe i denti, gente onesta che lavora, che sogna e tanti frammenti sono ancora lì sotto forma di figli della società civile, che tra le precarie condizioni e un carico di contraddizioni cerca di dare un volto nuovo e pulito al proprio mondo. In parallelo, quindi la collettività sana elabora la cultura dell'antimafia; sono tanti che lottano per cambiare le cose e per trasmettere a noi nuove generazioni la prospettiva di una giustizia e di una libertà sociale. Sono stati per questo attivati sul territorio centri di aggregazione giovanile, oratori, luoghi di riscatto e solidarietà, veri e propri presidi di legalità come la LeLat (Lega per la lotta all'AIDS e alle tossicodipendenze) che operano in sinergia con le comunità scolastiche per portare avanti i valori fondanti della nostra costituzione proprio nelle zone più a rischio. Concludiamo citando un eroe naturale, che noi sentiamo molto vicino, Peppino Impastato, assassinato con una carico di tritolo per aver denunciato speculazioni e affari di mafia e al quale è stato intitolata una via proprio nel rione Bordonaro, luogo dove si piange e si vive, perché è proprio con le idee e il coraggio di Peppino che noi tutti continuiamo a credere.
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